Articolo 18 sì, articolo 18 no.

Articolo 18 sì o articolo 18 no. Se si vuol parlare della riforma del mercato del lavoro occorre non fermarsi ad un tale bivio demagogico, ma riflettere sui soggetti che sentiranno i suoi effetti sulla loro pelle. Intendo dire, tra me ed i miei genitori c’è molta differenza, ragioniamo viviamo e percepiamo in modo diverso la nostra società. Loro sono cresciuti con il mito del contratto a tempo indeterminato, del lavoro pubblico del così “non ti licenzia nessuno e fai quello tutta la vita”;  noi siamo cresciuti nel mondo delle Università europee  legate tra loro grazie al Processo di Bologna, con gli stage offerti dal Ministero degli Esteri e con i seminari che sono un giorno a Roma e uno a Milano. Noi siamo quelli della Ryanair con i suoi viaggi low-cost e di Ebay, con l’idea che un ragazzo del Canada non è troppo lontano se ha Skype e una ragazza giapponese non è mai stata così vicina con Facebook. Tutto ciò per dire che siamo due generazioni diverse, che hanno e necessitano di bisogni e soluzioni differenti. 

Infatti, se si chiede ad un cinquantenne se intende rinunciare a parte della stabilità del suo lavoro in cambio di maggiori remunerazioni e prospettive future, è logico che la risposta verterà verso una idea conservatrice del lavoro. Viceversa, un neo laureato con alle spalle una esperienza all’estero, sarà più propenso ad accettare meno tutele in cambio di maggiori possibilità di crescita economica e sociale. Abbiamo due formazioni e prospettive diametralmente diverse, mettiamo in gioco valori discordanti tra loro e, con le parole di Ulrich Beck, vi è un costante scontro tra biografie standard  o “a menù fisso” e biografie riflessive o “à la carte”. Un costante scontro di interessi tra percorsi già definiti e mappe tutte ancora da tracciare. In passato si è poi esagerato dal punto di vesta delle non tutele, si è esagerato nel permettere ai giovani di lanciarsi verso il futuro, ma non fissando delle solide reti di sicurezza. Il risultato di tutto ciò sono quei famosi 46 tipi di contratto a tempo determinato, le non tutele dopo il non -rinnovo del contratto (ovvero del licenziamento), e l’indebolimento del rapporto scuola-lavoro. Persistono così due classi di lavoratori: quelli di serie A che possono ancora godere dei benefici assistenzal-assicurativi e degli ammortizzatori sociali; e quelli di serie B, i giovani, che liberati da ogni vincolo si trovano senza alcuna sicurezza e prospettiva.

Sta qui la partita che il Governo deve affrontare. Capire come riuscire ad armonizzare le due parti in gioco. La parte più conservatrice della popolazione, quella dei nostri genitori con un mutuo da pagare ed una famiglia da mantenere che non si può permettere di rischiare di rimanere senza retribuzione o con solo una parte di stipendio, e la nostra, che invece potrebbe anche permettersi un periodo di tempo senza lavorare, avendo però in cambio la possibilità di riposizionarsi sul mercato del lavoro in maniera migliore di quando ne è uscita, perché nel frattempo ha avuto un sussidio che gli ha permesso di studiare e di riqualificarsi.

Evitiamo quindi di cadere nel dibatto “articolo 18 sì articolo 18 no” ed iniziamo a fare riflessioni a 360 gradi che provino almeno a comprendere le ragioni e le esigenze di tutti.

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