Risorse Comuni e Problemi Comuni.

Negli ultimi tre anni la considerazione che si è avuta nei confronti dei Comuni è stata molto semplice ed è stata la stessa che si è avuta per molti altri settori. Pensiamo alla scuola, alle forze dell’ordine, all’ambiente ed oggi anche alla sanità. Sono stati visti infatti come fonti di spesa, del tutto inutili e superficiali, dai quali attingere, tagliando linearmente nei momenti di difficoltà finanziaria per far tornare i conti, che poi alla fine come si è visto non sono tornati. Queste voci essendo infatti strategiche per lo sviluppo economico e sociale della comunità, se trattate come un semplice problema di spesa, rischiano, come poi è avvenuto, di avere effetti recessivi sull’economia.

Se parliamo dei Comuni ci sono alcune considerazioni da fare. Innanzitutto vediamo come negli anni quello dei Comuni sia stato l’unico comparto che abbia ridotto il rapporto debito/pil. Notiamo inoltre come grazie ai vincoli del patto di stabilità lo Stato possa beneficiare di ingenti liquidità, e questo perché ai comuni soggetti a patto (quelli maggiori di 5mila abitanti) è chiesto di essere in avanzo per cifre molto elevate. Dopo di che bisogna considerare che la finanza locale è del tutto derivata. Questo vuol dire che le tasse che vengono pagate dai contribuenti di Castel Bolognese vanno a Roma con quelle di tutti i contribuenti italiani e che di li vengono poi ridistribuite in base alle disponibilità e alla volontà del Governo Centrale.

Spostando la riflessione su di un lato che non sia prettamente quello finanziario, vediamo come siano i Comuni i principali artefici di opere pubbliche, e quindi notiamo come siano proprio questi, con le loro decisioni, a far lavorare le piccole medie imprese che operano del settore delle infrastrutture. Purtroppo visti i vincoli che elencavo prima, dal patto di stabilità al taglio delle risorse, questi investimenti negli ultimi anni si sono notevolmente ridotti portando quindi molte aziende a grosse difficoltà economiche. A questo vada inoltre aggiunto come i tempi di pagamento della pubblica amministrazione, sempre per le cause che elencavo pocanzi, si siano negli anni terribilmente allungati, cosa che ha portato, oltre che al problema economico anche ad un problema sociale enorme, visti gli aumenti di suicidi di imprenditori e lavoratori.

Il ruolo dei comuni è inoltre fondamentale per tutta quella miriade di servizi che tiene in piedi una comunità, dagli asili nido all’assistenza per gli anziani, dal trasporto pubblico locale ai contributi all’associazionismo. Elementi che sono basilari nella tenuta di coesione economica e sociale di una comunità.

Dalle città può partire inoltre una grande lotta all’evasione fiscale, al lavoro nero, alla criminalità organizzata. Può partire la sfida alla semplificazione normativa ed ad una nuova sperimentazione tecnologica che riduca i tempi annosi della burocrazia.

Fondamentale è quindi anche iniziare a trattare i Comuni con rispetto, chiamandoli non solo a dare un parere sulle misure che li riguardano e che sono state studiate dal Governo, ma facendoli partecipare attivamente alla stesura dei provvedimenti che li vedono interessati.

D’altro canto che cos’era il petrolio prima che si inventasse il motore a scoppio? Una sostanza maleodorante ed inutile che creava solo dei problemi. Tuttavia oggi è una sostanza considerata la soluzione a molti problemi.
La concezione di Comune deve trasformarsi dall’essere parte del problema ad esserne una attiva soluzione.
I Comuni sono pronti per dimostrarlo. Ora bisogna solo dargli un po’ di fiducia.

Disoccupazione giovanile, come se ne esce?

Ci sono molte osservazioni che si possono fare dopo aver letto i dati trimestrali relativi alla disoccupazione, ed in particolare di disoccupazione giovanile. Ci si può trincerare dietro a facili e sterili commenti del tipo si dovrebbe fare di più, un paese che non investe sui giovani è un paese senza futuro ed invocare quello della disoccupazione giovanile come la priorità da risolvere. Ma la domanda che nessun giornalista pone alla classe politica è, come si riduce questo dato impressionante di disoccupazione e più in particolare di disoccupazione giovanile?

Certo è difficile avere una risposta secca a questo quesito, non fosse altro perché non è un problema che permette di provare soluzioni a breve termine. Naturalmente per quello che riguarda tutte le forme di incentivazione all’assunzione di questa o quella categoria lavorativa, che siano i giovani o le donne, vanno a discapito di quell’altra o quest’altra categoria, che siano i meno giovani o gli uomini, oltre ad essere per definizione una cosa temporanea e non strutturata nel tempo.

O ancora, se lo Stato domani mattina, direttamente o indirettamente, riuscisse a far lavorare qualche centinaio di migliaio di persone sarebbe una buona soluzione ma anche questa purtroppo avrebbe un costo elevatissimo per lo Stato avendo comunque sia una visione di breve periodo e quindi non lungimirante.

Una possibile soluzione di lungo termine sia per quello che riguarda i disoccupati giovani che per quello che riguarda i disoccupati meno giovani potrebbe riguardare invece quindi il campo della formazione vista sotto due possibili aspetti.

Il primo nasce dalla riflessione che sorge spontanea dopo aver letto i dati relativi all’alta percentuale di discrepanza tra il percorso di studi che un ragazzo fa e il suo lavoro una volta concluso il ciclo di studi.  Questo dato indica come un azienda che ha assunto un ragazzo neodiplomato spenda tempo e soldi per fargli fare corsi di formazione e dotarlo quindi delle conoscenze che gli permetterebbero di lavorare, quando dovrebbe essere il sistema educativo a dotarlo di tali mezzi. Riflessione che ci pone di fronte al tema, a che serve la scuola se non riesce a dare una prospettiva lavorativa allo studente? Quindi su questo tema occorrerebbe che si andasse ad attuare una sorta di “federalismo scolastico” dove l’ossatura di base del programma educativo rimanesse uguale in tutto il Paese, mentre per le cosiddette “materie di indirizzo” bisognerebbe lasciare spazio agli enti locali la possibilità di indirizzare, a seconda delle peculiarità del territorio, un programma educativo il più vicino possibile al mondo imprenditoriale. Questo fattore permetterebbe di arginare il problema di esodo delle aziende in Paesi dove la manodopera risulti meno cara in quanto sarebbe molto più competitivo da un punto di vista della qualità dell’offerta di personale.

Il secondo punto legato alla formazione riguarda le politiche di assicurazione lavorativa. In questi 3 anni di crisi economica si sono infatti molto utilizzati strumenti di cassa integrazione nelle sue varie forme, legati però all’idea che questi dovessero rimanere sussidi temporanei fino alla fine del momento di crisi. Tuttavia non è stata adeguatamente utilizzata questa occasione di sospensione momentanea forzata dal lavoro per riqualificare l’intero mercato del lavoro. Con la conseguenza che dopo 3 anni di cassa integrazione, riduzione d’orario o altro, il lavoratore si trova ad aver perso esperienza lavorativa (perché non ha lavorato o ha lavorato a singhiozzo) e a non aver imparato nulla. Se invece si iniziassero a legare ai sussidi di disoccupazione politiche di formazione efficaci ed inclusive, una volta terminato il periodo di cassa integrazione il lavoratore avrebbe sviluppato capacità e conoscenze che gli permetterebbero di riposizionarsi sul mondo del lavoro con un maggiore know how e una maggiore competitività.

Queste due misure sono misure costose in termini economici ed in termini di popolarità perchè non portano vantaggi nel breve periodo. Tuttavia come diceva De Gasperi sta qui la differenza tra un politico e uno statista. Ovvero tra chi guarda alle prossime elezioni e chi alle prossime generazioni.